Biografia (da
www.fondazionemazzolari.it)
Primo
Mazzolari nacque al Boschetto, una frazione
di Cremona, il 13 gennaio 1890, figlio di Luigi
e di Grazia Bolli. Il padre era un piccolo affittuario,
che manteneva la famiglia con il lavoro dei campi.
Primo fu il primogenito, poi vennero Colombina,
Giuseppe (Peppino), Pierina, Giuseppina. Nel 1900,
spinta dalla necessità di trovare migliori
condizioni di lavoro e di vita, la famiglia Mazzolari
si trasferì a Verolanuova, in provincia
e diocesi di Brescia. Due anni dopo, terminate
le scuole elementari, Primo decise di entrare
in seminario. Fu scelto, per la vicinanza dei
parenti, il seminario di Cremona, città
dove era allora vescovo mons. Geremia Bonomelli,
uomo celebre per le sue idee cattolico-liberali,
di conciliazione con il giovane Stato italiano.
La vita in seminario
Primo Mazzolari rimase nell'istituto cremonese
fino al 1912, anno nel quale fu ordinato prete.
Per l'occasione egli tornò in famiglia,
a Verolanuova e ricevette l'ordine sacro dal vescovo
di Brescia, mons. Gaggia, nella chiesa parrocchiale.
Il decennio trascorso a Cremona fu molto duro
per il giovane seminarista. Non si può
dimenticare che quelli erano i tempi della dura
repressione antimodernista avviata da Pio X, che
comportò nei seminari l'irrigidimento della
disciplina, la cacciata dei professori ritenuti
troppo innovativi e la chiusura ad ogni forma
di dialogo con la cultura del momento. Anche Mazzolari
dovette fare i conti con una seria crisi vocazionale,
che riuscì a superare grazie all'illuminato
aiuto del padre barnabita Pietro Gazzola, in precedenza
allontanato da Milano proprio perché sospettato
di indulgenze verso il modernismo. Lo stesso padre
Gazzola profetizzò al giovane che la sua
vita adulta sarebbe stata «una croce».
I primi incarichi pastorali
Divenuto prete, don Primo fu inviato come vicario
cooperatore a Spinadesco (Cremona). Qui rimase
circa un anno, venendo poi trasferito nella parrocchia
natale, S. Maria del Boschetto. Poco dopo, però,
nell'autunno del 1913 fu nominato professore di
lettere nel ginnasio del seminario. Svolse tale
funzione per un biennio, durante il quale utilizzò
le vacanze estive per recarsi in Svizzera, ad
Arbon, come missionario dell'Opera Bonomelli tra
i lavoratori italiani là emigrati.
Era intanto scoppiata la Prima Guerra Mondiale
e, nella primavera del 1915, si pose con forza
il problema dell'atteggiamento italiano. Don Mazzolari
si schierò in quel frangente tra gli interventisti
democratici, così come altri giovani cattolici,
tra i quali Eligio Cacciaguerra, animatore della
Lega Democratica Cristiana e del giornale «L'Azione»
di Cesena, a cui Mazzolari collaborò con
diversi articoli. Si intendeva sostenere l'intervento
militare italiano nella guerra al fine di eliminare
per sempre le forme di militarismo simboleggiate
dalla Germania e per contribuire ad instaurare
un nuovo regime democratico e di collaborazione
internazionale in tutta l'Europa.
La prova della guerra
La guerra comportò però subito
un atroce dolore per il giovane prete. Nel novembre
1915, infatti, morì sul Sabotino l'amatissimo
fratello Peppino, il cui ricordo rimase sempre
vivissimo in don Primo. Questi aveva comunque
già deciso di offrirsi volontario: fu così
inserito nella Sanità militare e impiegato
negli ospedali di Genova e poi di Cremona. Il
timore di sentirsi ‘imboscato' spinse però
don Mazzolari a chiedere il trasferimento al fronte.
Così nel 1918 fu destinato come cappellano
militare a seguire le truppe italiane inviate
sul fronte francese. Rimase nove mesi in Francia.
Rientrato nel 1919 in Italia ebbe altri incarichi
con il Regio Esercito, compreso quello di recuperare
le salme dei caduti nella zona di Tolmino. Nel
1920 seguì un periodo di sei mesi trascorso
in Alta Slesia insieme alle truppe italiane inviate
per mantenere l'ordine in una zona che era stata
forzatamente ceduta dalla Germania alla neonata
Polonia. Tutte le testimonianze concordano nel
raccontare dell'impegno e della passione umana
con cui don Primo seguì in questi vari
frangenti i suoi soldati.
Il periodo di Cicognara
Smobilitato nell'agosto 1920, don Mazzolari chiese
al suo vescovo (mons. Giovanni Cazzani) di non
tornare all'insegnamento in seminario, ma di essere
destinato al lavoro pastorale tra la gente. Dall'ottobre
1920 al dicembre 1921 fu delegato vescovile nella
parrocchia della Ss. Trinità di Bozzolo,
un paese in provincia di Mantova, ma dipendente
dalla diocesi di Cremona. Da qui fu trasferito
come parroco nel vicino paese di Cicognara, a
due passi dal fiume Po, dove rimase per un decennio,
fino al luglio 1932.
A Cicognara don Primo si fece le ossa come parroco,
sperimentando iniziative, riflettendo, annotando
idee e, soprattutto, cercando forme nuove per
accostare tutti coloro che si erano ormai allontanati
dalla Chiesa. Il paese, infatti, aveva una forte
connotazione socialista. Don Mazzolari cercò
in vario modo di valutare positivamente le tradizioni
popolari contadine, come la festa del grano e
dell'uva, ma non trascurò di commemorare
i caduti in guerra e le ricorrenze patriottiche.
Durante l'inverno faceva la scuola serale per
i contadini e istituì la biblioteca parrocchiale.
L'avvento del fascismo lo vide fin dall'inizio
diffidente e preoccupato, senza celare la propria
intima opposizione. Già nel 1922 egli scrisse,
a proposito delle simpatie di certi cattolici
verso il nascente regime, che «il paganesimo
ritorna e ci fa la carezza e pochi ne sentono
vergogna». Nel novembre 1925 rifiutò
di cantare solennemente il Te Deum dopo che era
stato sventato un complotto per attentare alla
vita di Mussolini. Egli preferiva infatti mantenersi
su un piano esclusivamente religioso, tanto che
perfino nel 1929 si differenziò dall'atteggiamento
entusiastico di tanti vescovi e preti, non andando
neppure a votare al plebiscito indetto da Mussolini
dopo la firma dei Patti Lateranensi. Rifiutava
intanto l'esaltazione acritica della guerra e
del militarismo e respingeva ogni spirito settario
e partigiano. Così, pur evitando di prendere
posizioni di aperte rottura, don Primo fu presto
considerato un nemico agli occhi dei fascisti
e anzi un vero e proprio ostacolo alla ‘fascistizzazione'
di Cicognara, e la notte del primo agosto 1931
lo chiamarono alla finestra e spararono tre colpi
di rivoltella che fortunatamente non lo colpirono.
La ‘promozione' a Bozzolo
Nel 1932 don Primo fu trasferito a Bozzolo in
concomitanza con la fusione delle due parrocchie
esistenti. Nell'occasione egli scrisse un piccolo
opuscolo, Il mio parroco, per salutare i suoi
parrocchiani, vecchi e nuovi. A Bozzolo don Mazzolari
iniziò poi a scrivere in modo regolare,
così che gli anni Trenta furono per lui
molto ricchi di opere. Nei suoi libri, egli tendeva
a superare l'idea della Chiesa come ‘società
perfetta' e si confrontava onestamente con le
debolezze, le inadempienze e i limiti insiti nella
stessa Chiesa. A suo parere ciò era necessario
per poter finalmente presentare il messaggio evangelico
anche ai ‘lontani', a coloro cioè
che rifiutavano la fede, magari proprio a causa
dei peccati dei cristiani e della Chiesa. Negli
scritti di don Mazzolari era inoltre presente
l'idea che la società italiana fosse da
rifondare completamente sul piano morale e culturale,
dando maggiore spazio alla giustizia, alla solidarietà
con i poveri, alla fratellanza. Idee simili lo
costrinsero inevitabilmente a fare i conti con
la censura ecclesiastica e con quella fascista.
Nel 1934 don Mazzolari pubblicò La più
bella avventura, basata sulla parabola del figliuol
prodigo, ma questo testo fu condannato l'anno
dopo dal Sant'Uffizio vaticano, che giudicò
«erroneo» il libro e ne impose il
ritiro dal commercio. Ubbidiente, don Primo si
sottomise. Il Sant'Uffizio non spiegò al
povero parroco quali fossero le pagine del libro
giudicate erronee: si mosse forse solo su denuncia
di qualche cremonese, scandalizzato dal fatto
che ambienti protestanti avessero elogiato lo
scritto mazzolariano.
Don Primo tuttavia non si scoraggiò.
Nel 1938 apparvero così altri suoi testi,
come Il samaritano, I lontani, Tra l'argine e
il bosco. Quest'ultimo era una raccolta di articoli
e scritti vari, da cui emergeva la concezione
della parrocchia che don Mazzolari aveva, ma anche
la sua capacità di guardare la natura e
la realtà della vita di campagna. Nel 1939
fu invece pubblicata La via crucis del povero.
Le opere successive finirono però ancora
sotto la scure della censura. Le autorità
fascista censurarono infatti nel 1941 Tempo di
credere, ritenuto un libro non conforme allo ‘spirito
del tempo', quello cioè di un'Italia in
guerra. Gli amici di don Primo riuscirono a fare
circolare clandestinamente il testo. Nel 1943
tornò invece a farsi sentire il Sant'Uffizio
che biasimò l'opera Impegno con Cristo,
almeno per la forma utilizzata dall'autore.
Guerra e Resistenza
Nel 1943 alla caduta del fascismo (25 luglio)
e all'annuncio dell'armistizio (8 settembre) si
aprì la fase più drammatica della
storia italiana contemporanea, con la spaccatura
del Paese in più parti, l'occupazione tedesca,
la nascita della Resistenza e subito dopo della
Repubblica Sociale Italiana. Don Primo si impegnò
a creare contatti con vari ambienti e personalità
cattoliche in vista del domani. Strinse inoltre
sempre più rapporti con la Resistenza,
così che il suo nome – già
inviso da anni ai fascisti – circolò
sempre più nelle liste di coloro che erano
giudicati nemici del regime di Salò. Nel
febbraio 1944 don Mazzolari fu chiamato una prima
volta in questura a Cremona per accertamenti;
seguì in luglio un vero e proprio arresto
da parte del Comando tedesco di Mantova. Liberato
e richiesto di restare a disposizione, preferì
passare alla clandestinità a Gambara in
provincia di Brescia. Lasciò così
per qualche tempo Bozzolo, ritornandovi poi di
nascosto. Dovette infatti vivere per alcuni mesi
completamente segregato, all'insaputa di tutti,
al piano superiore della sua stessa casa e solo
dopo la Liberazione poté uscire allo scoperto.
Testimonianza di quel tempo sono i libri Diario
di una primavera e Rivoluzione Cristiana, pubblicati
dopo la sua morte.
Il dopoguerra
L'impegno per l'evangelizzazione, la pacificazione,
la costruzione di una nuova società più
giusta e libera costituirono i cardini dell'impegno
di don Mazzolari dal 1945 in poi. Figlio in questo
della Chiesa del suo tempo, egli era convinto
che solo il cristianesimo potesse costituire un
rimedio ai mali del mondo e si fece portatore
così dell'idea di una vera e propria ‘rivoluzione
cristiana'. I cristiani dovevano essere autentica
guida della società, a patto di rinnovarsi
completamente nella mentalità e nei comportamenti.
Don Primo non perse naturalmente di vista il compito
principale della Chiesa, quello dell'annuncio
evangelico. Con Il compagno Cristo. Vangelo del
reduce (1945) cercò quindi di rivolgersi
anzitutto a coloro che tornavano dal fronte o
dalla prigionia, per additare loro la via tracciata
da Gesù Cristo. Scrisse in quegli anni
molti articoli, collaborando tra l'altro ai giornali
«Democrazia» e «L'Italia».
Continuò a interessarsi dei ‘lontani',
particolarmente dei comunisti. La sua critica
del comunismo fu sempre molto dura, come dimostrò
il dibattito pubblico con un altro celebre cremonese,
Guido Miglioli, ex organizzatore sindacale cattolico
ed ex deputato del Partito Popolare, che era approdato
alla collaborazione stretta con il Partito Comunista.
In ogni caso, come ebbe a dire nel 1949 (l'anno
della scomunica vaticana verso i comunisti), lo
slogan di don Mazzolari era: «Combatto il
comunismo, amo i comunisti».
Dopo le decisive elezioni del 1948, nelle quali
appoggiò la DC, don Primo iniziò
subito ad ammonire i parlamentari, invitandoli
alla coerenza e all'impegno. Un suo articolo portava
per esempio un titolo chiarissimo: Deputati e
senatori vi hanno fatto i poveri.
La stagione di «Adesso»
Tante speranze di cambiamento andarono presto
deluse. Don Mazzolari si rese conto di dover creare
un movimento di opinione più vasto e si
dedicò allora anima e corpo al progetto
di un giornale di battaglia. Il 15 gennaio 1949
uscì il primo numero del quindicinale «Adesso»,
nel pieno di una stagione in cui si moltiplicavano
gli appelli cattolici verso la DC (l'anno dopo,
nel 1950, Giorgio La Pira pubblicò L'attesa
della povera gente).
Nelle sue pagine il giornale volle toccare tutti
i temi cari al suo fondatore: l'appello a un rinnovamento
della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia
delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani',
il problema del comunismo, la promozione della
pace in un'epoca di guerra fredda. Al giornale
collaborarono in molti: da don Lorenzo Bedeschi
a padre Aldo Bergamaschi, al sindaco socialista
di Milano Antonio Greppi, a tanti preti e laici
più o meno noti, come Franco Bernstein,
padre Umberto Vivarelli, padre Nazareno Fabbretti,
Giulio Vaggi e più tardi Mario V. Rossi.
Intanto don Primo stringeva rapporti sempre più
stretti con le voci più libere e critiche
del cattolicesimo italiano di quel tempo, dominato
dal conformismo e dalla rigidezza nei confronti
del mondo contemporaneo: fu così amico
del fondatore di Nomadelfia don Zeno Saltini,
del poeta padre David Maria Turoldo, del sindaco
fiorentino Giorgio La Pira, dello scrittore Luigi
Santucci e di molti altri.
Il carattere innovativo e coraggioso di «Adesso»
provocò ancora l'intervento vaticano, così
che nel febbraio del 1951 il giornale dovette
cessare le pubblicazioni. In luglio arrivarono
altre misure personali contro don Mazzolari (proibizione
di predicare fuori diocesi senza il consenso dei
vescovi interessati; divieto di pubblicare articoli
senza preventiva revisione ecclesiastica). Si
poté ripartire nel novembre dello stesso
1951, ma con la direzione di un laico, Giulio
Vaggi. Don Primo collaborò ancora, utilizzando
spesso pseudonimi come quello di Stefano Bolli.
Proprio alcuni interventi di ‘don Bolli'
sul tema della pace provocarono nuove indagini
disciplinari. Nel 1950, infatti, si sviluppò
un ampio dibattito sulla proposta del movimento
dei Partigiani della Pace (a prevalenza comunista)
di mettere al bando la bomba atomica e don Mazzolari
(che pure aveva accettato l'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico) si dichiarò disponibile
al dialogo. Insomma, il giornale continuò
a vivere pericolosamente. Ancora nel 1954 don
Primo ricevette da Roma l'ordine di predicare
solo nella propria parrocchia e il divieto di
scrivere articoli su ‘materie sociali'.
Gli ultimi anni
Usando sempre il suo caratteristico linguaggio,
che puntava direttamente a suscitare l'emozione
nel cuore, senza voler indugiare nell'analisi
scientifica o sociologica, don Mazzolari pubblicò
negli anni Cinquanta altre opere significative.
Nel 1952 uscì così La pieve sull'argine,
un ampio racconto fortemente autobiografico, che
ripercorreva le vicende e le vicissitudini di
un prete di campagna (don Stefano) negli anni
del fascismo.
Nel 1955 apparve anonimo Tu non uccidere, che
affrontava la questione della guerra. Qui Mazzolari
riprendeva un suo scritto inedito del 1941, la
Risposta a un aviatore, in cui si era già
posto il problema della liceità della guerra.
In questo modo il parroco di Bozzolo approdava
all'accettazione dell'obiezione di coscienza e
pronunciava un durissimo atto di accusa contro
tutte le guerre («La guerra non è
soltanto una calamità, è un peccato»,
«Cristianamente e logicamente la guerra
non si regge»).
Libri a parte, don Primo spendeva le sue ultime
energie per affrontare temi nuovi e conoscere
problemi sociali anche lontani: nel 1951 visitò
il delta del Po, nel 1952 fece un viaggio in Sicilia,
riportandone forti impressioni, e nel 1953 si
recò in Sardegna.
Nella Chiesa italiana il nome di Mazzolari continuava
intanto a dividere: alle prese di posizione ufficiali,
che in pratica lo proscrivevano e lo volevano
rinchiudere nella sua Bozzolo, si contrapponevano
i tanti amici, ammiratori, discepoli di ogni tipo
che si riconoscevano nelle sue battaglie e diffondevano
le sue idee in tutta Italia. Lui rimaneva coerente
al suo proposito di ‘ubbidire in piedi',
sottomettendosi sempre ai suoi superiori, ma tutelando
la propria dignità e la coerenza del proprio
sentire.
Proprio alla fine della sua vita cominciò
a venire qualche gesto significativo di distensione
nei suoi confronti. Nel novembre del 1957 l'arcivescovo
di Milano mons. Montini (il futuro papa Paolo
VI) lo chiamò a predicare alla Missione
di Milano, una celebre iniziativa straordinaria
di predicazioni e interventi pastorali. Nel febbraio
1959, infine, il nuovo papa, Giovanni XXIII, lo
ricevette in udienza in Vaticano, lasciando in
don Primo un'intensa emozione.
Ormai però la salute del parroco di Bozzolo
era minata e logorata. Don Primo Mazzolari morì
infatti poco tempo dopo, il 12 aprile 1959. Anni
più tardi, Paolo VI dirà di lui:
«Lui aveva il passo troppo lungo e noi si
stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto
lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è
il destino dei profeti».