|
|
|
|
| |
|
|
| |
|
|
|
| La
fortezza è "la virtù morale che, nelle
difficoltà assicura la fermezza e la costanza nella
ricerca del bene" (Catechismo della Chiesa cattolica
n.1808). Essa suppone la nostra vulnerabilità,
ossia la nostra fragilità. Forte può essere
solo colui che sa di essere debole, conosce i propri limiti
e riesce a invocare il dono della fortezza da "Colui
che tutto può", in modo che appaia che questa
fortezza non viene da noi, ma da Dio" (2 Cor 4,7).
C'è, quindi, bisogno di ritrovare quello che contiene
questa parola: il coraggio di gettare la nostra vita sempre
un passo più in là, senza condizioni, consapevoli
che solo il futuro spiegherà il presente e, allo
stesso tempo, la fermezza di muoversi sempre "dalla
stessa parte", verso quella direzione in cui esprimiamo
noi stessi. Abbiamo bisogno di coltivare la virtù
della fortezza, virtù che ha guidato i martiri
a dare la vita per difendere la propria fede.
È con questi obiettivi che come Settore Adulti
promuoviamo e vi invitiamo ad un ulteriore momento di
formazione e riflessione, quindi un appuntamento per noi
importante e fondamentale per la nostra crescita.
Relatore
Don Luigi Verdi
Fraternità di Romena
Il Programma
Sabato
18 Ottobre 2008
Ore 15.30 Arrivi e accoglienza;
Ore 16.00 Preghiera iniziale;
Ore 16.30 Relazione;
Ore 18.00 Break;
Ore 18.15 Lavori di gruppo;
Ore 19.30 Istruzione e Adorazione;
Ore 20.00 Ritorno a casa.
Domenica
19 Ottobre 2008
Ore 8.30 Arrivi e accoglienza;
Ore 9.00 Lodi, Meditazione e preghiera personale;
Ore 12.00 S. Messa.
Quota iscrizione
Euro 3 a persona
Servizio baby sitter.
Vi aspettiamo
numerosi! |
| |
|
|
|

Partiamo dalle mani e
dagli occhi. «La crisi è sempre vista come
un problema e invece è un'opportunità»:
don Luigi, 45 anni, inizia così il racconto della
svolta che lo ha condotto a Romena.
Famiglia semplice, «mio padre era spazzino, mamma
casalinga», primo di cinque fratelli, vocazione
a vent'anni, improvvisa. «Non ero esattamente
un tipo casa e chiesa. Ero il più giovane distributore
de L’Unità, ad Arezzo. Poi conobbi un sacerdote
molto legato a figure "toste", profetiche...
padre Vannucci, don Milani... Mi piacque e una notte
di Natale decisi che volevo fare il prete».
Al settimo anno di parrocchia, a Pratovecchio, diocesi
di Fiesole, arriva la crisi. Luigi va dal suo vescovo
e chiede di essere lasciato libero per un anno. «Fu
grande, capì che avevo bisogno di rientrare in
me, ma seguendo la mia strada». I primi tre mesi
sabbatici li trascorre lavorando di notte in un bar
di Monterchi, «tra camionisti e puttane».
Poi altri tre mesi tra i campesinos della Bolivia, zaino
in spalla. E infine nel deserto, alla scuola di Charles
de Foucauld.
«Quando tornai dissi al vescovo che continuavo
a fare il prete, lì, senza scappare, ma per qualcosa
che sentivo mia, l'idea è mettere a frutto quell'anno
passato alla scuola della strada, dove aveva imparato
tre cose: dovevo togliere la maschera, farmi vedere
come ero; vincere la timidezza, guardare la gente negli
occhi; non nascondere più la mia debolezza, ma
costruirci su».
Mostra le mani e la caviglia: ci sono volute sette operazioni
per porre rimedio ai danni di un medicinale sbagliato
assunto dalla mamma durante la gravidanza: «Quando
sono nato, le dita delle mani e quel le dei piedi erano
appiccicate. Le ho nascoste per anni. Poi ho capito
quella parola di Gesù: la pietra scartata è
diventata testata d'angolo... lì dovevo costruire».
L'antica pieve romanica, poco fuori Pratovecchio, con
la benedizione del vescovo diventa un laboratorio di
accoglienza. Sul canovaccio della sua crisi, «che
è quella del figliol prodigo», Gigi - come
lo chiamano gli amici - costruisce il primo corso: un'esperienza
di conoscenza di sé e di semplificazione per
arrivare all'osso, individuare i "nodi" su
cui lavorare. «Ognuno ha due-tre problemi di base,
il resto sono alibi per nascondere quelli veri»,
dice il prete. All'inizio rispondono gli amici più
stretti, poi c'è il passa parola. Dopo dodici
anni, il libro-presenze conta quasi seimila nomi per
questo primo corso dal taglio umanistico-psicologico.
Sono le parole di Rumi, il grande mistico sufi, ad accogliere
l'ospite di turno: «Vieni, chiunque tu sia. Sognatore,
devoto, vagabondo, poco importa. Vieni anche se hai
infranto i tuoi voti mille volte. Vieni, vieni, nonostante
tutto, vieni». In questi anni, le tre navate d'arenaria
ruvida e severa della pieve hanno ospitato un'umanità
varia. Industriali e prostitute, ragazzi marginali,
coppie in difficoltà, preti e religiosi in crisi,
famiglie colpite dal lutto di un figlio. La vocazione
è scritta nella pietra, scolpita nel primo capitello
a destra: «Alberico plebanus fecit hanc opram,
tempore famis MCLII»: la pieve è nata per
la gente in tempo di carestia. «Su quel capitello
io leggo la mia storia, ma anche il senso più
vero della parola crisi: opportunità di cambiamento».
È l'oro nelle ferite. È quel metallo prezioso
che Gigi, alla scuola di Giosuè l'orafo svizzero
diventato pastore, eremita tra i boschi del Casentino,
amico della Fraternità, lavora nelle cicatrici
del legno, nei solchi della pietra, nelle incrinature
del ferro. Costruendo icone e sculture da materiali
poveri. Nel suo laboratorio Gigi crea oggetti che dicono
Dio in maniera originale, la sua. È la proposta
che chiude il II corso, in cui «si cerca Dio senza
parlare di Lui».
Ogni partecipante è invitato a creare la sua
icona per dire dell'incontro con l'Altro. Durante i
due giorni il silenzio, i gesti, le emozioni, sono le
vie per aiutare «l'innamoramento». La strada
del pane, che ripercorre i segni dell'ultima cena; quella
del tè, che prende dalla tradizione giapponese
la riscoperta della sacralità di ogni piccolo
gesto, dello straordinario nell'ordinario. E quindi
la via di Francesco, la veglia notturna di preghiera.
«È un cammino laico, perché qui
c'è gente di tutti i tipi, persone che non si
sono mai avvicinate a una chiesa», chiarisce don
Verdi. Perciò quando deve collocare la sua esperienza
nel panorama ecclesiale, Gigi la definisce «un
avamposto che cerca di sfondare le porte della divisione
tra mondo e Chiesa, per gente cosiddetta "lontana"».
Se il secondo corso si ispira alla luce che filtra nel
buio, dalle bifore e dalle monofore (che secondo la
legge del numero perfetto, il sette, si ripetono nell'antica
pieve), il terzo corso trova spunto tra gli alberi e
si chiude con l'olio, l'unzione per il servizio. Anche
qui «si tratta di un'esperienza da fare, più
che di cose da dire». Una passeggiata nel bosco,
di notte, guidati da un cieco è una delle "prove"
che aspetta i partecipanti. «Wolfgang Fasser,
fisioterapista svizzero, maestro di musicoterapia, non
vedente, li aiuta ad ascoltare i rumori del bosco, il
vento, gli uccelli... imparano a fidarsi di un cieco».
Quest'ultimo corso è una strada per iniziare
un cammino di servizio, anche in Fraternità.
Da assistente ai corsi, ad animatore nella Compagnia
delle arti, un gruppo che realizza gratuitamente animazione
teatrale e musicale nei luoghi della sofferenza, dagli
ospedali agli ospizi. Da collaboratore per la messa
della domenica pomeriggio, quando si ritrovano in centinaia
nella vecchia pieve; a guida per i corsi di varia natura
- biblici, sulla corporeità, sulla famiglia-
che si organizzano una volta all'anno e proseguono con
incontri mensili. O ancora per le feste celebrate a
ogni cambio di stagione, per il gusto di incontrarsi,
salutarsi, ascoltare insieme un testimone o della buona
musica; o per le veglie che la Fraternità tiene
in giro per l'Italia, per ritrovare coloro che hanno
partecipato ai corsi.
Così negli anni, intorno al primo nucleo di una
dozzina di persone che compongono lo zoccolo duro della
Fraternità, si è formata una comunità
più ampia di collaboratori. Chi può si
ritrova a Romena per pregare la mattina e la sera, ma
tutto con grande libertà. La pieve è per
tutti un punto di incontro, per nessuno di sosta. Lo
stesso don Luigi ha scelto di vivere nella foresteria
del monastero delle Camaldolesi di Pratovecchio, «l'Eucaristia
che celebro ogni mattina è la mia forza».
L'idea di qualcosa di più strutturato, in forma
stabile, che non pochi desidererebbero, quasi spaventa
il sacerdote. «Siamo in cammino. Tante cose che
ieri mi sembravano impossibili poi si sono realizzate»,
dice Luigi.
Oggi gli stessi spazi non permetterebbero altro tipo
di sistemazione: la grande casa in mattoni che affianca
la pieve a malapena riesce ad accogliere la trentina
di ospiti per i corsi del fine settimana. Il sogno del
prete sarebbe avere dei piccoli eremi, autonomi, e mantenere
in comune solo i momenti della preghiera, mattino e
sera. Sarebbe una sintesi originale. Come lo è
un po' tutta Romena, che ha una sua personalità,
ma con l'eco di altre esperienze: i canti e le antifone
hanno il sapore della preghiera di Taizé; la
cura del particolare, la ricerca del bello nella sobrietà,
l'uso dei materiali naturali, del legno e della pietra
sono quelli di Bose; così come la semplicità
dell'approccio, la spensieratezza della vita comunitaria
è tipica di Spello. Una sinfonia di motivi giocati
sui due temi di fondo, l'essenzialità e il cammino,
scritti nelle pietre dell'antica pieve.
|
| |
| |
| |
|
|
|
|
|
| |
| |
|
|
|